Il Senso Di Esistere (eBook)
287 Seiten
Tektime (Verlag)
978-88-354-7701-3 (ISBN)
Qual è il senso dell`esistere in un mondo di perpetua fretta, confusione e distrazione?
Quest`opera offre un`esplorazione lucida e profonda dei temi essenziali dell`esperienza umana: identità, libertà, autenticità, silenzio, amore, sofferenza e presenza.
Attraverso un linguaggio al contempo accessibile e ricco di sfumature, intrecciando filosofia, spiritualità laica e psicologia umanistica, l`autore guida i lettori in un viaggio contemplativo privo di dogmi e risposte preconfezionate.
Per coloro che cercano una più profonda consapevolezza. Per coloro che sono stanchi della mera sopravvivenza. Per coloro che anelano a riconnettersi con l`autentico sentire.
"e;Il Senso di Esistere. Un viaggio laico tra coscienza, liberta e mistero"e; e un'opera riflessiva e coinvolgente, recentemente pubblicata su Amazon KDP in formato cartaceo ed ebook sia in lingua italiana che in lingua inglese.Ora si propone per la realizzazione in formato audiolibro in lingua italiana tramite voce maschile calda, seria e pacata, in linea con il tono intimo e profondo del testo.Il progetto sara sviluppato con formula royalty share, senza costi iniziali per l autore.Questo audiolibro e destinato a un pubblico attento, sensibile e in cerca di contenuti di valore.Il libro e gia pubblicato in versione ebook e cartacea su Amazon KDP, in lingua italiana ed inglese.Qual e il senso dell'esistere in un mondo di perpetua fretta, confusione e distrazione?Quest'opera offre un'esplorazione lucida e profonda dei temi essenziali dell'esperienza umana: identita, liberta, autenticita, silenzio, amore, sofferenza e presenza.Attraverso un linguaggio al contempo accessibile e ricco di sfumature, intrecciando filosofia, spiritualita laica e psicologia umanistica, l'autore guida i lettori in un viaggio contemplativo privo di dogmi e risposte preconfezionate.Per coloro che cercano una piu profonda consapevolezza. Per coloro che sono stanchi della mera sopravvivenza. Per coloro che anelano a riconnettersi con l'autentico sentire.
CAPITOLO II
Il tempo che ci abita
Come il nostro rapporto con il tempo modella la nostra percezione della vita.
"Non ho tempo." Quante volte pronunciamo questa frase nel corso di una giornata, di una settimana, di una vita? La ripetiamo come un mantra, come una giustificazione, come un lamento. La diciamo ad amici che vorrebbero vederci, a figli che reclamano attenzione, a noi stessi quando rimandiamo, ancora una volta, quel libro che vorremmo leggere, quella passeggiata che vorremmo fare, quella telefonata a un vecchio amico che continuiamo a procrastinare.
Eppure, a ben guardare, questa affermazione così comune contiene un paradosso fondamentale. Il tempo non è qualcosa che si possiede o non si possiede, come un oggetto o una risorsa materiale. Il tempo è la dimensione stessa in cui esistiamo. Non abbiamo tempo; siamo tempo.
Come ha magistralmente espresso Martin Heidegger nella sua opera fondamentale "Essere e Tempo", la temporalità non è una cornice esterna all'esistenza umana, ma la sua struttura costitutiva. Essere umani significa essere essenzialmente temporali – abitare simultaneamente un passato che ci ha formato, un presente che viviamo, un futuro verso cui ci proiettiamo. "L'Esserci [l'essere umano] è il suo passato," scrive Heidegger, "e ciò non solo nel senso che il suo passato gli scivoli, per così dire, 'alle spalle', e che l'Esserci possegga il passato come una proprietà ancora sottomano. L'Esserci è il suo passato nel modo del suo essere."
Questa intuizione fondamentale della filosofia contemporanea risuona con antiche saggezze. Sant'Agostino, nelle sue "Confessioni", si interrogava già sulla natura enigmatica del tempo: "Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so." E giungeva alla conclusione che il tempo non esiste "oggettivamente" fuori di noi, ma è un'estensione dell'anima stessa: "In te, anima mia, misuro il tempo."
Queste riflessioni filosofiche possono sembrare astratte, eppure toccano l'esperienza più concreta e quotidiana di ciascuno di noi. Il modo in cui concepiamo e viviamo il tempo plasma profondamente la nostra esperienza del mondo e di noi stessi. E il malessere esistenziale che caratterizza la nostra epoca ha molto a che fare con un rapporto distorto con la temporalità.
Viviamo in quella che il sociologo Hartmut Rosa ha definito una "società dell'accelerazione". I processi tecnologici, economici e sociali si svolgono a velocità sempre crescenti, in un vortice che ci trascina e ci lascia con la sensazione costante di essere in ritardo, di non riuscire a stare al passo. Quanto più velocemente facciamo le cose, tanto più sembra che il tempo ci sfugga tra le dita. Paradossalmente, le tecnologie che dovrebbero "farci risparmiare tempo" finiscono spesso per intensificare questa sensazione di urgenza e inadeguatezza.
Consideriamo il caso di Paolo, un architetto di 45 anni che ho incontrato durante un workshop sul benessere lavorativo. Era arrivato sull'orlo dell'esaurimento nervoso, incapace di staccare dal lavoro anche nei fine settimana, costantemente connesso tramite smartphone e laptop. "È come se vivessi in un eterno presente fatto di emergenze," mi spiegò. "Non riesco più a percepire il fluire naturale del tempo. È tutto un susseguirsi di scadenze, di richieste urgenti, di notifiche. Non riesco più a ricordare quando è stata l'ultima volta che ho guardato il cielo senza pensare a quello che dovevo fare dopo."
L'esperienza di Paolo illustra un fenomeno che il filosofo Byung-Chul Han ha definito "il tempo senza aroma" – un tempo omogeneo, accelerato, frammentato, privo delle qualità specifiche che caratterizzavano i tempi naturali, rituali e narrativi delle società tradizionali. Un tempo in cui ogni istante è identico all'altro, un flusso continuo di "adesso" senza direzione né struttura, che non lascia spazio alla memoria né all'attesa.
Questa temporalità frenetica e discontinua ha profonde conseguenze sul nostro modo di stare al mondo. Come osserva il filosofo italiano Federico Campagna, "il tempo della modernità tardo-capitalista è un tempo spezzato, dove il momento presente è scollegato sia dal passato sia dal futuro". Viviamo in un eterno presente che, paradossalmente, non riusciamo mai a vivere pienamente perché la nostra attenzione è costantemente proiettata altrove, verso ciò che dobbiamo fare dopo, verso l'email a cui dobbiamo rispondere, verso la notifica che potrebbe arrivare sul nostro smartphone.
Questa frammentazione della temporalità si riflette nella nostra stessa percezione di noi. Non riusciamo più a vederci come entità continue nel tempo, come esseri la cui identità si costruisce attraverso una narrazione coerente che connette passato, presente e futuro. Diventiamo invece una successione di istantanee, di stati momentanei, di performance isolate – come i post sui social media che documentano frammenti della nostra vita senza riuscire a catturarne il flusso continuo.
Maria, una giovane insegnante di yoga, mi ha raccontato come questa frammentazione dell'esperienza temporale si manifestasse nella sua vita: "Mi sentivo come se vivessi in episodi separati. Andavo al lavoro, poi in palestra, poi a cena con gli amici, poi a casa a guardare una serie tv. Ma era come se queste parti della mia giornata non fossero collegate tra loro. Non c'era un filo che le unisse. E alla fine della giornata mi chiedevo: ma dov'ero io in tutto questo?"
La domanda di Maria – "dov'ero io?" – è profondamente rivelatrice. Perché il tempo non è solo una dimensione esterna in cui si svolgono le nostre attività; è il tessuto stesso della nostra interiorità, il ritmo della nostra coscienza. Quando perdiamo il contatto con il fluire naturale del tempo, perdiamo in qualche modo il contatto con noi stessi.
Come ha osservato il neuroscienziato Francisco Varela, la nostra coscienza non è un'entità statica che percepisce il tempo dall'esterno, ma un processo che si costituisce temporalmente, attraverso il continuo intrecciarsi di ritenzione (la traccia immediata del passato), presentazione (l'attenzione al momento presente) e protensione (l'anticipazione immediata del futuro). Quando questo delicato intreccio viene disturbato – dalla frenesia, dalla distrazione cronica, dall'eccesso di stimoli – è la nostra stessa identità che si frammenta.
La società contemporanea sembra aver dichiarato guerra a questo fluire naturale della coscienza. Tutto è progettato per catturare la nostra attenzione, frammentarla, monetizzarla. App, social media, pubblicità, notifiche – l'intera economia dell'attenzione è costruita per mantenere un costante stato di vigilanza dispersa, in cui siamo sempre reattivi ma mai davvero presenti.
Non è un caso che pratiche come la mindfulness e la meditazione siano diventate così popolari negli ultimi anni. Sono tecniche che ci aiutano a riconnetterci con il presente, a rallentare, a recuperare un senso di continuità temporale. Ma rischiano anch'esse di essere assorbite nella logica dell'efficienza e della performance, diventando semplici tecniche di gestione dello stress funzionali alla stessa società dell'accelerazione da cui cerchiamo di fuggire.
Il problema è più profondo e richiede una riflessione radicale sul nostro rapporto con il tempo. Come ha suggerito il filosofo Charles Taylor, abbiamo bisogno di recuperare quella che chiama "la profondità temporale" – la capacità di vedere la nostra vita non come una successione di istanti isolati, ma come una narrazione con senso e direzione.
Questa narrazione non è data a priori, ma è qualcosa che costruiamo attraverso le nostre scelte, le nostre interpretazioni, il nostro modo di relazionarci al passato e di proiettarci nel futuro. È ciò che il filosofo Paul Ricoeur ha chiamato "identità narrativa" – la capacità specificamente umana di integrare gli eventi della propria vita in una storia coerente che dia loro significato.
Ma questa capacità richiede tempo – tempo per riflettere, per ricordare, per immaginare. Richiede quello che lo psicologo Daniel Kahneman chiama "il pensiero lento" – la modalità riflessiva e contemplativa della mente, in contrasto con il "pensiero veloce" automatico e reattivo che domina la nostra quotidianità accelerata.
In un certo senso, possiamo dire che il malessere contemporaneo è anche una crisi del pensiero lento. La frenesia, l'iperconnessione, la stimolazione costante ci mantengono in uno stato di reattività che lascia poco spazio alla riflessione profonda, alla contemplazione, all'elaborazione emotiva delle esperienze. E senza questi processi, la nostra vita rischia di diventare una sequenza di eventi senza significato, un accumulo di esperienze che non si sedimentano mai in saggezza.
Roberto, un dirigente d'azienda di 52 anni, mi ha raccontato come questa mancanza di elaborazione lo avesse portato a un punto di crisi: "Ho passato gli ultimi vent'anni della mia vita correndo da un impegno all'altro, da un obiettivo all'altro. Ho viaggiato per il mondo, ho gestito progetti importanti, ho conosciuto persone interessanti. Ma è come se non avessi mai davvero vissuto quelle esperienze. Le ho attraversate, ma non le ho abitate. E ora mi guardo indietro e mi chiedo: cosa ne è stato di tutto questo?"
L'esperienza di Roberto riflette quella che il filosofo Walter Benjamin chiamava "povertà di esperienza" – non una mancanza di stimoli o di eventi, ma l'incapacità di trasformarli in esperienza autentica, in qualcosa che lasci una traccia, che ci cambi. "È come se fossimo stati privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più sicura tra le sicure: la facoltà di scambiare esperienze," scriveva Benjamin già nel 1933, intuendo una...
| Erscheint lt. Verlag | 22.5.2025 |
|---|---|
| Sprache | italienisch |
| Themenwelt | Geisteswissenschaften ► Philosophie |
| Schlagworte | benessere dell’anima • crescita interiore • Equilibrio interiore • introspezione • senso della vita • spiritualità laica • viaggio dentro di sé |
| ISBN-10 | 88-354-7701-8 / 8835477018 |
| ISBN-13 | 978-88-354-7701-3 / 9788835477013 |
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