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Von Paolo Giovio bis Johannes Latomus -

Von Paolo Giovio bis Johannes Latomus (eBook)

Intermedialität und Intertextualität in den Elogia virorum litteris illustrium
eBook Download: EPUB
2025 | 1. Auflage
559 Seiten
Narr Francke Attempto (Verlag)
978-3-381-11513-6 (ISBN)
Systemvoraussetzungen
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Der italienische Humanist und Historiker Paolo Giovio schuf mit seinen Elogia virorum literis illustrium (1546) eine faszinierende Sammlung an Kurz-Biographien berühmter zeitgenössischer Gelehrter, die nicht nur aufgrund ihrer Fülle an anekdotischen Informationen zu Größen wie Giovanni Boccaccio, Angelo Poliziano oder Thomas Morus beeindrucken. Im Zusammenwirken mit den beigegebenen Vers-Epigrammen zeichnete Giovio darüber hinaus ,Charakterbilder' und betrieb Literaturkritik. Auf diese Weise verlieh er seiner Sammlung an Portraitbildnissen, für welche die Texte ursprünglich als ,Beischriften' bestimmt waren, ein bis heute andauerndes Nachleben und prägte nebenbei unseren modernen Museumsbegriff. Zu der intermedialen Dimension gesellen sich Bezugnahmen auf die antike und humanistische Literatur sowie Verknüpfungen zwischen den einzelnen Teilen des Werkes, nicht zuletzt durch die Eingriffe und Erweiterungen, die der flämische Kleriker und Literat Johannes Latomus ab der zweiten Edition der Elogia (1557) vornahm.

Prof. Dr. Hartmut Wulfram ist Professor für 'Neulateinische Philologie und Klassische Latinistik' an der Universität Wien. Mag. Matthias Adrian Baltas ist Projekt-Mitarbeiter (PraeDoc) an der Universität Wien.

Prof. Dr. Hartmut Wulfram ist Professor für "Neulateinische Philologie und Klassische Latinistik" an der Universität Wien. Mag. Matthias Adrian Baltas ist Projekt-Mitarbeiter (PraeDoc) an der Universität Wien.

Hartmut Wulfram / Matthias Baltas
Einleitung

Franco Minonzio
Gli Elogia gioviani come sistema dinamico. Mutamenti strutturali e varianti d'autore

Marcello Simonetta
"I proprij Elogij con brevità laconicha" attraverso la corrispondenza di Giovio

Kenneth Gouwens
The Uses of Defamation in Paolo Giovio's Elogia of Literati

Silvia Fiaschi
La , il e un'immagine d'archetipo. Stasi e movimento negli Elogia di alcuni umanisti, con una testimonianza poco nota sul ritratto filelfiano di Paolo Giovio

Maia Wellington Gahtan
The Lives of Epitaphs. Paolo Giovio's Collections in and out of the Book

Claudia Tarallo
I versi del friulano Pietro Mirteo per gli Elogia degli uomini di lettere di Paolo Giovio

Matthias Baltas
Fortuna, Venus und Raumnot im Jenseits. Ein close reading des Boccaccio-Elogiums und seiner poetischen Beigaben bei Giovio und Latomus

Hartmut Wulfram
Im Zeichen des Löwen. Leon Battista Alberti in Paolo Giovios Elogia virorum litteris illustrium

Tobias Dänzer
Giovios Politianus. Das tragische Leben eines Wunderkindes

Alex Seidl
Pii atque impii nominis fama. Zur Beurteilung des Girolamo Savonarola bei Paolo Giovio

Jan L. de Jong
Risible and Embarrassing. Paolo Giovio on the Epitaph of Filippo Decio

Katharina-Maria Schön
Thomas Morus, ein christlich-humanistischer Märtyrer? Eine Fallstudie zur Vitenfabrikation und literarischen Erinnerungskultur in Paolo Giovios Elogia virorum litteris illustrium und in Johannes Secundus' Funerum Liber

Robert Seidel
Spuren eines ,transalpinen Humanismus' in Paolo Giovios Elogia doctorum virorum und den angeschlossenen poetischen Kommentaren von Johannes Latomus

Snezana Rajic
Die Gedichte des Johannes Latomus in Paolo Giovios Elogia virorum literis illustrium. Eine vergleichende Betrachtung

Veronika Brandis
Zwischen Catulls urbanitas und Martials argutia. Die Epigramme des Johannes Latomus im Spannungsfeld der poetologischen Tendenzen des 15. und 16. Jahrhunderts

Kenneth Gouwens
Appendix 1: Corrigenda for Paolo Giovio, Portraits of Learned Men

Matthias Baltas
Appendix 2: Zeitleisten-Diagramm. Inklusive einiger Beobachtungen zur Anordnung der Elogia virorum literis illustrium

Snezana Raji
Appendix 3: Gedichte von und über Johannes Latomus

Bibliographie
Index auctorum et operum

Gli Elogia gioviani come sistema dinamico


Mutamenti strutturali e varianti d’autore

Franco Minonzio

Vorrei ringraziare in modo non formale l’Università di Vienna dell’invito a tenere l’odierna relazione, nell’economia della quale mi sono proposto di mantenere un equilibrio tra ricerche già fatte e quelle tuttora in corso: delle prime, non tutte apparse in sedi editoriali agevolmente accessibili, mi limiterò a riassumere le conclusioni e a rendere evidente la connessione logica nella quale le avevo pensate, delle seconde ritengo utile produrre anche alcuni argomenti che ne suffragano la linea concettuale, e qualche esemplificazione. Mi rendo conto di quanto di sottilmente ossimorico si possa a tutta prima percepire nella formula di «sistema dinamico» applicata agli Elogia, e così mi affretto a chiarire che parlando di ‹sistema› depongo quanto di statico e di meccanico si annette all’idea, a beneficio di un modo d’essere, nel quale l’identità stessa di un elemento dipende dalle relazioni con gli altri elementi del sistema. Ma un sistema è ‹dinamico› per l’apporto che il movimento di un singolo elemento conferisce alla posizione degli altri: ogni modificazione involge «una moltitudine di nessi con gli altri elementi del sistema», avvertiva già nel 1947 Gianfranco Contini nelle sue Implicazioni leopardiane. L’insistenza su una duplice diacronia compositiva degli Elogia («mutamenti strutturali e varianti d’autore»), lasciandosi alle spalle l’immagine vulgata del testo come un dato, consegnato alla fissità sincronica della prima edizione, apre la via ad una considerazione storica non solo dell’elaborazione, ma anche della tradizione di quest’opera, e l’esplicito richiamo nel titolo del convegno al nome di Johannes Latomus mi sembra vada opportunamente in questa direzione. Ma anche tale ossificazione degli Elogia, incurante di ogni travaglio originario, ha una sua storicità e fa tutt’uno con una loro lettura simbolica. Agli occhi di Burckhardt, che nel suo La civiltà del Rinascimento in Italia vi fece largo ricorso, entrambe le serie degli Elogia di Giovio dovettero apparire una sorta di diorama nel quale andava in scena il significato più profondo del Rinascimento italiano, quel «politeismo dei valori» dalle potenzialità distruttive, che ne costituiva il carattere distintivo. È l’idea, a lui cara, di un nuovo tipo d’individualismo che forgia lo stato come «opera d’arte», cui si deve, nella forma più insinuante, la riduzione della Vita Leonis di Giovio a codificazione del pontificato di Giovanni de’ Medici quale «età dell’oro». Un miraggio, il cronòtopo della Roma dei papi medicei, perché se all’età leonina Giovio occhieggia in termini assolutizzanti (aurea aetas, antiqua aurei saeculi foelicitas), da questa biografia, già nell’insistenza sui vizi pubblici del pontefice, affiorano inquiete dissonanze, che vietano di accreditargli l’adesione incondizionata a tale mito classicistico. Ancor più della Vita Leonis, di tali «disarmonie così perfette» i primi Elogia costituiscono un sensibilissimo sismografo: al netto della perfidia dell’osservatore, le esistenze dei protagonisti della generazione intellettuale di Giovio, e di quelle precedenti, testimoniano – nella fisiognomica sovente sgraziata, nella eccedente fecondità degli scritti, nei moti bruschi e angolosi delle pulsioni – l’implicazione di questi viri literis illustres in una storicità dura e antinomica: difficile riguardarla come un’opera serena e priva di fratture, come quella «esemplificazione psicologica», di carattere non storico, che Benedetto Croce definì una «grandiosa aneddotica». Ma prescindendo dal movimento compositivo e correttorio, di cui si dirà, vi sono due altre buone ragioni per considerare quest’opera un ‹sistema dinamico›. Il nodo teorico dell’intermedialità proposto dal convegno prima che negli Elogia è inscritto nell’edificio cui essi rimandano: il Museo di Borgovico, improbabilmente edificato su rovine pliniane, templum Virtutis di durata effimera, esposto alla rovinosa dissoluzione del tempus edax. Una villa, il Museo, «dell’aspetto e aria e qualità vitruviale», che Lina Bolzoni invita a pensare come ‹macchina mnemotecnica›, fondata sulla forza evocativa dell’immagine e sulla relazione combinatoria fra gli spazi e la parola, riconoscendo tale chiave di lettura nella lettera ‹burlesca› di Anton Francesco Doni, da Como del 17 luglio 1543, a Ludovico Domenichi, poi Iacopo Tintoretto, una delle quattro descrizioni del palazzo gioviano («Io voleva fare una marmorìa luogale […] ma e ve n’era un fracasso di lettere, ch’io non ho potuto bermele col cervello»): dove «marmorìa luogale», per deformazione onomastica, sta per ‹memoria locale›, uno dei nomi dell’arte della memoria. Non è una forzatura ermeneutica. Al di là di quanto è noto sui rapporti Giovio-​Delminio, e su una vigile attenzione dello storico, anche ironicamente atteggiata, verso il teatro della memoria del Camillo, resta una prova diretta di precisi interessi, in direzione dell’ars memoriae, da parte di Giovio in un passo del libro II del Dialogus de viris et foeminis, dove dimostra familiarità con la tradizione già antica degli scritti mnemotecnici e rivendica alla sua metodologia storiografica l’essere fondata su una abilità mnemotecnica estranea agli strumenti (commentarii, indici analitici, etc.) che definivano la moderna storiografia, ma ad un contempo scevra da pratiche medicinali tendenti ad assimilarla ad una delle arti occulte. D’altro canto, l’arte della memoria non procedeva sola. A dispetto della loro storia differente, tra la fine del ’400 e i primi decenni del ’500, con essa finì per convergere anche un altro «fossile intellettuale», la logica combinatoria, entrambe poi rifuse nella cultura degli emblemi e delle imprese: l’ars memoriae, dalla remota origine classica, fondata sulla tradizione aristotelica, e la logica combinatoria, di origine medievale, di matrice neoplatonica. Nelle botti dell’ars memoriae in una prima fase finì per riversarsi, per usare un’espressione della Yates, il vino inebriante della prisca theologia, antichissima sapienza il cui libro sacro era il Corpus Hermeticum, nella traduzione latina del Ficino. E proprio la fascinazione verso tali motivi, nel segno di un concordismo platonico-​aristotelico pichiano (Pico diffusore di entrambe le discipline), motivi peraltro non invisi allo stesso Pomponazzi, si può leggere nelle pochissimo studiate Noctes di Giovio, scritte nel 1508 quand’egli e Alciato – futuri codificatori, l’uno dell’imprese, l’altro degli emblemi – erano compagni di studi a Pavia. D’altro canto, la rinascita del lullismo diffonde nella cultura europea l’interesse per una tecnica che, ricorrendo ad artifici quali la rappresentazione di concetti con lettere alfabetiche, tentava di rappresentare il dinamismo della psiche con l’introdurre il movimento nella memoria, legandosi così ad un rinnovamento della mnemonica classica. E nella diffusione della cabala cristiana (alcuni protagonisti della quale, peraltro, figurano negli Elogia, come Lefèvre d’Étaples, Reuchlin, Agrippa), una posizione di rilievo spetta appunto a Agrippa von Nettesheym: iniziata a Pisa, nel 1511, la sua avventura intellettuale in Italia, a lui si deve un commento (forse del 1517) all’Ars parva di Raimondo Lullo nel quale ars memoriae e logica combinatoria sono strettamente connesse in un’ars inventiva generale e universale, certa nell’offrire un criterio di razionale ordinamento del sapere. Questi temi erano nell’aria, e difficilmente saranno rimasti sconosciuti ad un intellettuale come Giovio, dall’affilata formazione logico-​filosofica ricevuta alla scuola dei suoi maestri Pomponazzi, Achillini, Della Torre: ad esempio, proprio mentre Giovio era a Roma quale cortigiano pontificio,...

Erscheint lt. Verlag 3.3.2025
Reihe/Serie NeoLatina
Verlagsort Tübingen
Sprache deutsch
Themenwelt Geisteswissenschaften Sprach- / Literaturwissenschaft Literaturwissenschaft
Schlagworte Antikerezeption • Biographie • Epigrammatik • Intermedialität • Italienischer Humanismus • Kunstgeschichte • Neulateinische Literatur
ISBN-10 3-381-11513-8 / 3381115138
ISBN-13 978-3-381-11513-6 / 9783381115136
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